Risotto allo zafferano con birra francescana

0 commenti
Rispondo ai lettori che, in assoluta buona fede, si stupiscono e per il sottotitolo marxistoide di Vivabacco e per la fuffa moralistico-ideologica da "lettore di Repubblica" che avviluppa buona parte degli spazi collegati a questo sito. Fratelli, non sono io a scegliere né sottotitoli né collegamenti, e ciò vi basti per non stupirvi. Uno, per contorno, accetta quel che c'è e, di suo, cerca di fare quel che può. Dirò di più: occorre accettare non solo i contorni che passa il convento, ma anche gli ingredienti. Volevo preparare un risotto allo zafferano col vino bianco. Non trovando la bottiglia lì dove pensavo fosse, non è che ho preso tutto l'ambaradan culinario e l'ho gettato dalla finestra: ho usato pazientemente la birra francescana. I miei ospiti hanno apprezzato. Ma, se non ci fosse stata, avrei tentato con il succo di melograno, con la cedrata, col chinotto. Ammetto, mi sarei arrestato, come congelato, davanti alla bottiglietta di cocacola – era lì vicino alla radio solo perché l’avevo appena sottratta in cambio di un ceffone a quel piccolo deficiente che minacciava rappresaglie se non gli avessi ceduto “un dolcetto”. Comunque, mi sarei arrestato non per buttare tutto l'ambaradan culinario dalla finestra, ma per accontentarmi di un risotto meno saporito.

La Scalera - debutta lo spazio delle recensioni d'autore

1 commenti
A Maguzzano, tra Padenghe e Lonato immerso tra vigne e ulivi delle colline moreniche del lago di Garda, si trova l'Agriturismo La Scalera. Le acque lacustri sono a qualche centinaio di metri e a pochi passi c'è la storica abbazia benedettina. E' il luogo ideale per mangiare tranquillo i piatti della cucina locale più o meno stagionale: qua si trovano grigliate e piatti di carne, affettati bresciani, casoncelli, tortelli di zucca e dolci fatti in casa. Il luogo è rilassante e si può passeggiare - sì, anche per smaltire la gozzoviglia - tra gli ulivi e le viti che producono l'olio e il vino che finiscono in tavola. Una bella chicca è l'orto in cui si coltivano le verdure che finiscono prima in cucina e poi in tavola - si, passano anche dal lavello. All'interno sono esposte anche alcune fotografie del titolare, noto qua a Desensà per questa passione.


Arrivare qua è facile e l'ingresso in un filare di olivi su una stradina bianca rende l'idea del tipo di locale in cui si sta per andare a mangiare, un piacevole locale con ingresso a stradina bianca. La prima volta vi ero venuto con la primavera a fare da contorno a dei buoni tortelli di brasato con del buon Groppello - Garda Classico, vino autoctono della Valtenesi, la striscia di lago e colline compresa tra Salò e Desenzano del Garda. Questa volta decidiamo di venire tra amici, siamo in 4 è domenica 18 novembre dell'anno 2009 d.C. e il menù prevede spiedo preparato con lo stile della Valsabbia (non è questo il momento di parlare delle differenze). Non siamo persone che la domenica mattina hanno sempre voglia di alzarsi per andare a passeggiare mentre ancora montano il mercato settimanale, arriviamo tardi, senza aver prenotato. Alcuni sono già al dolce, altri già al caffè, noi entriamo accolti dall'annuncio: le ultime quattro porzioni. Un sospiro di sollievo.

La tradizione prevede che prima della carne sia servito un'"apri-stomaco": è la minestrina di fegatini con riso, buona e facile da preparare. Scalda la pancia, invoglia l'appetito e prepara all'abbuffata. Lo spiedo, tipico piatto bresciano, ci arriva caldo e in giuste porzioni per trovarci a fine pasto con l'abbiocco incombente. Ci sono le costine di maile, i mombolini (coppa arrotolata con salvia e pancetta), le patate e gli uccellini. Questi sono una chicca frutto della vecchia pratica della caccia un tempo in zona diffusissima - ormai in pochi escono la mattina con il fucile in spalla -, ma oggi le tipologie di volatile permesse sono poche e quindi diventa sempre più raro trovarli serviti e poterne mangiare anche la testa (nei supermercati si trovano talvolta quelli importati dal nord Africa, ma non è il caso di mangiare un piatto della valli di 'sti posti con uccelli arrivati surgelati  centinaia di chilometri a sud, mi scoccerebbe). La carne ci arriva servita con dell'energica polenta taragna, tipica della Valtellina e delle valli bresciane e bergamasche. L'acqua c'è sempre, nell'altro bicchiere versiamo il vino della casa: un Groppello certamente molto lontano dai più eleganti delle vicine cantine, ma molto beverino e sempliche. Buono per bevute senza impegno.

Chiudiamo con un soddisfacente dolce della casa diverso per tutti, limoncino offerto e caffè. Il conto, come già sapevamo perché annunciato, recita 23 euro tutto compreso: prezzo onesto per una grande e gustosa mangiata in compagnia. Drammatico il tour in bici del pomeriggio: assente il sangue alla testa, ancora meno  quello alle gambe.

Valutazioni.
Cucina: 8. Il menù è semplice (o ridotto o poco abbondante, fate voi, ditelo come preferite), ma è giusto che sia così in un agriturismo. I piatti mirano sulla cucina tipica locale, che sa essere in questo caso soddisfacente e che propone anche alcuni piatti "fuori zona" come i tortelli di zucca, tipici della zona mantovana. La qualità dei prodotti sa dare grandi soddisfazioni, come nel nostro caso a forma di spiedo.

Servizio: 6. Un 6 d'ufficio, giusto per il tipo ambiente. Tovaglioli di carta, ma doppia forchetta con previdenza. Bicchieri da osteria, un piacere. Però a questa semplicità, non manca cura. Mentre l'ambiente sa essere ancora più fantastico quando capita di trovare qualche concerto che allieta la serata con chitarra e fisarmonica.

Carta dei vini: 8. Poca scelta, ma tanto di cappello a un agriturismo che, oltre al proprio vino e alla possiblità di scegliere due o tre vini maestosi del nord della penisola, propone vini importanti e tipici dell'area gardesana con prezzi giusti. Talvolta in alberghi e ristoranti lacustri non si trovano Groppello, vino di terroir, e Chiaretto, vino di tecnica tipica della Valtenesi.

La recensione è uscita, in forma rimaneggiata un poco, anche su www.vinix.it e www.ilmangione.it.

Il tempo delle mele (risoto de pomi)

1 commenti
Ineffabile mese, Ottobre. E più Novembre s'avvicina, più è facile perdersi: il sangue ribolle e spinge verso il grande sonno pagano. Forze primordiali assopite sembrano trattenersi nell'immobilità che precede il balzo assassino, lo scatenarsi di un sabba apocalittico. Eppure, per molti, tutto si condensa in piccole ossessioni, in confuse foschie solcate solo di tanto in tanto da qualche frainteso raggio crepuscolare. Lo sfiorare un tessuto profumato risveglia le farfalle invisibili che abitano lo stomaco - i meno preparati, tra il sabba apocalittico e il senno di quella culla che sconvolse di colpo venti secoli di muto sonno, scelgono la terza via: diventano animaletti sentimentali e psichici, adolescenti non crescenti anzi calanti, pronti a tutto e buoni a niente.

Ma almeno i risotti, voi, li sapete fare. Dopo aver tostato il riso, tra olio e cipolla affettata e imbiondita, calate un mestolino di brodo vegetale. Non appena il riso si asciuga, aggiungete altro brodo e proseguite così. Poi salate e aggiungete delle mele gialle sbucciate e tagliate a pezzettini (un paio per quattro persone) e, via via, ancora brodo alla bisogna, da qui in poi mescolando continuamente. Dopo un quarto d'ora, aggiungete prezzemolo e mantecate con burro. Servite col grana grattugiato e mangiate, sorseggiando sidro, vagheggiando di catàbasi o di Lei - se proprio non riuscite a stare in pace e in equilibrio mentre lassù, nel cielo dei Celti, con l'indifferenza dello scorrere immutabile dei tempi, si prepara un nuovo anno.

El Gropel ovvero risotto con la salamella e il Groppello

2 commenti
Chi pert la somésa del Gropel, pert el sèrvel. È una vecchia sentenza vernacolare che sottolinea la preziosità del Groppello, vino autoctono tanto prezioso da essere stimato al pari della ragione e unico in quanto proveniente dall'omonimo vitigno autoctono, ormai presente solo in Valtenesi (sponda bassa del lago di Garda bresciano). Lavoro e cura di generazioni di vignaioli hanno reso questo prezioso vino una eccellenza. Il vernacolo gli ha dato il nome "grop", che significa "nodo", che ben si addice a questo grappoli, i cui acini sono tra loro ben serrati. Senza dubbio è uno dei sapori più gardesani: un rosso delicato, speziato e con note fruttate, vellutato e piacevole. Sempre un poco erbaceo. Qua tira con lo spiedo. Sul mercato può presentarsi Riserva dopo un invecchiamento di almeno due anni, ma lo si vende e beve alla grande giovane. Tra i miei favoriti c'è il non invecchiato dei Bottarelli di Polpenazze sul Garda, azienda agricola con tanto di agriturismo gestita dal padre assieme ai due figli.


L'area Doc Garda Classico coincide più o meno con il territorio che si affaccia sulla sponda bresciana e si sta caratterizzando per rossi di qualità, il Rosso della Valtènesi. L'approdo nel 1990 alla Doc è stato un traguardo migliorato con il disciplinare del 1997, che fissa norme e modalità di produzione per garantirne l'eccellenza. Oltre al Groppello, ci sono in minori quantità uve Barbera, Marzemimo e Sangiovese: unite in proporzioni determinate dall'estro e dal gusto del vignaiolo. La vendemmia 2009 ha portato nelle cantine 40 mila quintali di uva che diverranno oltre 3,5 milioni di bottiglie. Le piogge di settembre, poche, hanno fatto rinascere le uve rosse provate da una estate calda e secca. Gli acini rigonfiati garantiscono zuccheri e profumi degni di una grande annata. Le acidità non elevate premieranno i vini dell'area base del Groppello, destinati a periodi medi di maturazione: i rossi 2009 qua saranno da bere in gioventù e da apprezzare per l'eleganza. Non va dimenticato che le uve dell'autoctono sono anche unite con le altre, in percentuali nettamente minori, e utilizzate per un altro grande vino tipico della riviera bresciana del lago per la sua tecnica di produzione: il Chiaretto. E ora il risotto.

Ingredienti per 4 persone:

riso, a ognuno il suo preferito
cipolla
olio
brodo, meglio leggero di carne, ottimo anche vegetale oppure, nel caso ne siate sprovvisti e non siate dediti alla bollitura degli alimenti, usate il dado
salamelle di maiale, 1 ogni due persone.
vino Groppello


Processo base di un risotto. Tritate la cipolla finemente e soffriggetela con un goccio d'olio, quale ricetta non comincia così? Quando la suddetta diverrà bionda naturale senza uso di tinteggiature posticce, aggiungere la salamella sbriciolata e fatela rosolare. Aggiungete in pentola il riso e ora c'è da farlo tostare: è una procedura attraverso la quale il riso si impregna del grasso di cottura, la cosa consente ai chicchi di rimanere ben distaccati e sodi. Consistenza e gusto al risotto. Insomma, fatelo cuocere a fiamma vivace con l'olio e la cipolla imbiondita fintanto che diventa bello, lucido e semitrasparente (1 minuto circa). Non dimenticatevi di girarlo di continuo, è una fase delicata e rischia di bruciare. Dopo si aggiunge il liquido di cottura, il brodo, ma prima unite il vino, tanto. Nella mia prima sperimentazione poco scoientifica ho utilizzato oltre mezzo litro di vino per un chilogrammo di riso, eravamo in 7, piatto unico di soddisfacenti quantità.

Quando il vino si è asciugato, iniziate ad aggiungere il brodo, un poco per volta. Quando la cottura sarà ultimata, aggiungete il formaggio a fuoco spento. Il trucco di un buon risotto sta nella tostatura iniziale e nella mantecatura finale. A fine cottura, si aggiunge del burro (50 grammi per un risotto per 4 persone), il Parmigiano reggiano o altro grattugiato e si mescola con delicatezza. Questi due minuti di riposo di mantecatura a pentola coperta servono a legare i chicchi tra loro, che sono cotti ma ancora staccati: il riso continuerà ad assorbire il brodo e con esso il condimento. Lento, morbido, senza spandersi su tutto il piatto sarà pronto per la vostra forchetta.


Profumi e colori piacevoli. Ovvio, servitelo con del vino rosso.

Malfidenze

1 commenti
Io diffiderei di qualcuno che mangia bastoncini di merluzzo crudi.

Pasta XL (fredda) con zucchine, melanzane, pomodori secchi e mozzarella

4 commenti
Cucinare d'estate è un'impresa degna di una maratona, in questo caso trattasi di un maratoneta poco allenato. (almeno considerando lo sforzo immane per stare in cucina più di trenta minuti). Forse mi affaticherei di meno se mettesi in padella e tra una mescolata e l'altra facessi il giro dell'isolato di corsa; piuttosto che mettere in padella, mescolare e nell'attesa rimescolare. Quando poi ci sono ospiti la cosa diventa imbarazzante. Mi lavo prima di cucinare, la cena è pronta... ma... "Enricoooo, dove sei?". Nulla da fare, "Enricoooo, sei in doccia?". Il rimedio sono le paste fredde. Le prepari prima e così arrivi rilassato e fresco all'ora di cena e, se sei anche bravo, fai pure bella figura coi commensali. Comunque - è giusto avvisarvi -, se sarà veramente buona, non parleranno con te perché si mangeranno la pasta! Non prendetevela, è un buon segno.
Ingredienti per 4 persone:
-350 gr di conchilioni
-1 grossa melanzana viola
-2 zucchine
-200 gr di pomodorini ciliegia sott'olio (se qualcuno sapesse dove trovarli, faccia un fischo, perché io, senza remore, ho usate dei normali pomodori secchi sott'olio)
-1 cipolla
-origano
-basilico
-sale
-peproncino
- 1 mozzarella
Tagliate la melanzana a dadi e fatela spurgare una mezza ora con un poco di sale, sciacquatela e asciugatela. Tritate la cipolla e mettetela in padella con olio e basilico spezzetato. Aggiungete le melanzane, sale, peproncino e fate stufare dolcemente per una decina di minuti, levate il coperchio e fate cuocere per altrettanto tempo a fuoco sempre dolce (vi ustionate in ogni caso, non illudetevi). Affettate le zucchine e disponetele su una teglia con carta da forno. Spennellatele di olio, cospargetela di origano e sale per poi cuocerle sotto il grill finché sono tenere e leggermente dorate. Lessate la pasta al dente, scolatela e raffreddatela sotto acqua corrente. Conditela con la melanzane, le zuchine, i pomodori sgocciolati dall'olio, 4 olio, sale e origano. Il gran tocco è l'aggiunta della mozzarella a cubetti.

Pasta con le vongole non in bianco

0 commenti
Alle voglie non è sempre lecito opporsi, così un supermercato può diventare il primo passo per il terzo cerchio dell'Inferno dove si è tutti stesi a terra, immersi nel fango sotto una pioggia greve e maleodorante e morsi e graffiati da Cerbero. Per fortuna non ho mai trovato l'ingresso, ma credo si trovi nel reparto dei surgelati che non frequento molto volentieri, per vari motivi: a esempio, odio quelle confenzioni con cui fare quattro salti.
Una spaghettata tra amici condidati con le vongole va sempre bene. Se non fosse che le preferisco con le linguine e in estate. Le vongole fresche con i gusci da pulire non sono sempre disponibili su quei banchi dietro cui ti guardano donne con un fetido odore che non perderanno mai più. Per non restare delusi, per la cena e non per la donna, la soluzione è prendere un paio di vasetti di quelle al naturale:  vongole con l'aggiunta dell'acqua di cottura delle stesse, sale e acido citrico per mantenere la conservazione. Però, in caso di curiosità, una volta vi potrei anche invitare e prepararvi dei molluschi andati a male, come preferite.
Le vongolate sono buone - fresche o al naturale - se, e ribadisco solo se, avete tanto prezzemolo, peperoncino e pepe. I pomodori, invece, sono un contorno a dir poco fondamentale. Certo, ricordatevi anche di scegliere un buon vasetto di vongole: alcune saranno piccole, altre con la sabbia, altre perfette.
Quindi, ricapitolando per 4 persone vi serviranno:

500 gr di linguine
un paio di vasetti di vongole, in tutto sgoccialate 120 gr vi daranno un sugo ricco
pomodorini
olio extravergine d'oliva
aglio
peperoncino
pepe
prezzemolo
vino bianco per cucinare e da bere
La prima cosa è scaldere una padella antiaderente dove mettere l'olio da far insaporire con uno spicchio d'aglio tagliato a metà per poi aggiungere tanto prezzemolo.
Una volta che sarà appassito il prezzemolo - che i Greci, sembra, utilizzavano non come aroma, ma come decorazione per tombe, aiuole e principalmente per i suoi poteri terapeutici - aggiungete le vongole tenendone da parte il liquido.
 
Lasciate a fiamma non alta che le vongole perdano il liquido assorbito, lasciatelo evaporare e sfumate con vino bianco. Non devono cuocere tanto, solo insaporirsi perché sono già cotte. Aggiungete del peperoncino, per poi aggiungere dei pomodorini tagliati a pezzi. Lasciate cuocere aggiungendo a bisogno il liquido tenuto da parte.
Una volta che la pasta sarà cotta e non scotta, scolatela e fatela saltare nella padella con il sugo. Aggiungete una spolverata di pepe, dell'olio e - in caso di bisogno, per aggiungere altri grassi - dell'acqua di cottura o del liquido precedente tenuto da parte. Spolverate con un poco di altro prezzemolo.
Bagnatevi ora la gola con del buon vino bianco molto freddo, servirà a rinvigorire i discorsi e a calmierare la temperatura alta raggiunta dal vostro spirito a causa del peperoncino.

Qualche sinistra dritta sul diabolico simbolo dell'insalata

2 commenti
ELOGIO DELL'ANALISI
Mangi i lamponi con la cotenna di maiale e ci bevi sopra cocacola? Ma è buono?

"Mi chiedi se è buono, sappi invece che l'apparato digerente mescola tutto".

La conoscenza razionale disgiunta dalla vita accresce il dolore. Non è una scoperta. Non lo dico mica solo io e ci sono le prove. L'uomo che crede di sapere molto si scaglia, spesso a propria insaputa, implacabilmente contro se stesso.
Per non restare vittime del sapere, occorre anzitutto capire che cosa è bene sapere prima ancora di arrivare a saperlo: il buono va generalmente intuito, annusato prima di fare il primo passo sulla  strada che ad esso conduce. A questo, ci rassicurano i saggi, servono i dogmi. A questo servono la buona volontà, il buon senso, gli odori in cucina. A voi il pregiudizio circa quanto ciò che sto per dirvi meriti d'essere saputo.

Buzzi un giorno ha scritto una cosa che ormai tutti attribuiscono a lui, come se prima di lui fosse esistito solo il caos, come fosse quel suo scritto la bacchetta magica del demiurgo ordinatore. La trovata è comunque buona e Buzzi merita di essere ri-citato (Aldo Buzzi, "L'uovo alla kok", ed. Adelphi). Dice il Buzzi, in sostanza, che il mangiare pomodori insieme all'insalata verde non è un buon motivo per condire tutto insieme. Da una parte, suggerisce, preparate i pomodori con sale, pepe nero macinato grosso e aceto rosso; dall'altra l'insalata verde accompagnata solamente da olio di oliva e sale. Mai mescolare le cose, se non in bocca (e giù di lì). Stregoneria? No, ignoranza vostra, imputabile a troppo, maldigerito sapere: mi ricordate i nullisti che, siccome credono di sapere che moriranno, decidono di vivere come dei morti. Morale: finché è possibile distinguere il buono dal cattivo, il vivo dal morto, l'ordine dal disordine, il verde dal rosso, se possibile, distinguete.

Buzzi aggiunge un altro colpo di genio suggerendo un divieto che ai pigri piacerà: non asciugate l'insalata dopo averla lavata, perché l'acqua esalta l’olio e rende tutto migliore.

BREVE ELOGIO DELLA SINTESI
Potrei lasciarvi così, ma mi va di dire qualcosa a favore di un altro tipo di condimento, spunto per altre insalate. Per anni la senape mi è servita solo per insaporire salsicciotti tedeschi, che mangio di rado, e ogni volta il tristissimo epilogo: vasetto da buttare per troppo tempo intercorso dall'apertura.  Nuove possibili modalità di esistenza mi si sono parate dinanzi da quando, recentemente, mi sono abbandonato ad insalatine lussuriose, preparate da una splendida donna di nome Gaia, generosa d'intelletto, d’animo e di forme. Qui la faccenda è artistica e non mi va di darvi consigli dettagliati (certe cose la scrittura non può insegnarle). Solo, prestate cura alle miscele: olio, aceto (per alcuni, succo di limone), senape e tecnica. Se riuscirete a trovare le combinazioni giuste e sarete capaci di amalgamare ciò che a prima vista la natura sembra voler dividere, ne assaggerete delle belle. Io per me non farò più scadere un vasetto.

Non c'è solo la strada (un pezzo facile sulla gavetta)

1 commenti
Non vi spiegherò come evitare di fare la gavetta, anzi. In ‘sto mondo di sradicati è un buon modo per non scordare il focolare. Non vi consiglierò di prendervi un Kebāb. No.
Nel milanese, non si fa riferimento tanto all’oggetto (gavetta deriva da gabata, che in latino è la scodella), bensì al gesto premuroso di chi schiscia le vivande entro uno spazio angusto, prima del viaggio: da loro, là, si dice "schiscetta". Oggi, ovviamente, è più facile che gli sradicati vi parlino di lunch box (si legge "lancc [la "cc" come in "laccio"] bocs", e sembra più che altro un invito a sbarazzarsi olimpicamente della pietanziera e degli affetti) o di bentō. Se ne evince con forza che bisognerebbe impedire l’espatrio a chi non conosce almeno un dialetto – oppure favorirlo, impedendo di rimpatriare a chi non sa tradurre nella madrelingua, in almeno sette modi diversi e convincenti, qualsiasi parola pretenda di usare.
Il passaggio dai contenuti ai contenitori è sempre guardato con sospetto. “Cosa? Forse non sai più cucinare, e ci parli di scatole?”. Cari amici, non si può sempre stare tra quattro mura accoglienti o nei campi, attorno ad uno spiedo: talvolta, piace illudersi che sia opportuno sacrificare un piacere immediato per uno futuro e mettersi per strada. Infine, fa molto caldo e così mi capita ormai raramente di andare al di là di una pasta fredda, anche quando ho le quattro mura entro cui dedicarmi all’arte. Se succede anche a voi di avere caldo, di dovervi muovere, di non essere quasi mai a casa, bene, la ricetta è questa:


  • prendete una buona madre o una brava moglie
  • chiedetele di schisciare quotidianamente nella schiscetta qualcosa di freddo e "veloce"
  • declinate con un sorriso gli inviti al ristorante delle colleghe emancipate: per ovvi motivi, se a schiscare è la moglie; per ideologia, altrimenti.

Ora mangiate, in pace e silenzio, intimamente certi che verranno tempi migliori

Chiaretto Garda Classico

0 commenti

Nessun vino ha l' eleganza di un rosé ben fatto. È come un maglione di cachemire: ti fa sentire il calore, ma non il peso. E l' uva groppello del Garda è puro cachemire - Mattia Vezzola, enologo tra i più celebrati d'Italia, intervistato dal CorSera per la rassegna "Italia in Rosa" in scena a Moniga a fine giugno.

Cucina Futurista

0 commenti
"Si pensa si sogna e si agisce secondo quel che si beve e si mangia". Guai a mangiare solo per nutrirsi. L'esperienza gastronomica legata al Futurismo indica la sua indubbia modernità. Gli aromi insoliti, gli accoppiamenti inediti, il recupero del  dolce-salato o del dolce-piccante, l'uso di pesce e carne crudi, l'eliminazione delle minestre tradizionali italiane, l'attenzione al colore e alla forma, l'architettura curata delle pietanze. In questo la gastronomia futurista ha precorso i tempi, possiamo benissimo dire che fu anticipazione della Nouvelle Cuisine all'italiana. "Rombi d’ascesa" era un risotto decorato con spicchi d’arancia, mentre il famoso "carne plastico" era una variante dei polpettoni di carne e verdure con l’aggiunta di miele.

La "materialità dell'ingozata" è ostacolo da affrontare e sconfiggere. Filippo Tommaso Marinetti nel Manifesto della cucina futurista (pubblicato a piena pagina dal quotidiano torinese “La Gazzetta del Popolo” il 28 dicembre 1930) si scaglierà contro la pastasciutta rea di contrastare lo spirito vivace e l'anima appassionata, generosa. "L’alimento amidaceo" è pesante eredità del passato, poco digeribile, induce letargia, pessimismo e nostalgia. Lascio a voi immaginare di che considerazione godesse la pizza. Molto meglio il riso e il pane insieme ad altre pietanze da preparare sempre con ironia, fantasia e creatività cromatico.

I futuristi si impegnarono inoltre a italianizzare alcuni termini di origine straniera: il cocktail divenne così la "polibibita" da ordinare al "quisibeve" e non al bar, il sandwich prese il nome di "traidue", il dessert di "peralzarsi" e il picnic di "pranzoalsole.


Ingredienti
lepre
polvere di cacao
bacche di ginepro
poltiglia di spinaci
limoni
vino spumante
diavoletti argentati (palline di zucchero)
Tagliare a pezzetti e cucinare lentamente la lepre nel vino spumante unendovi la polvere di cacao fino a consumazione. Una volta che la lepre è cotta si toglie dal fuoco e si aggiunge il succo dei limoni. Si sistema quindi la lepre in un piatto da portata e si cosparge sopra prima la salsa verde di spinaci poi le bacche di ginepro ed infine i diavoletti argentanti che ricorderanno i pallini dei cacciatori. 
La dosatura sommaria di questa formula non deve preoccupare ma bensì eccitare la fantasia inventiva  dei cuochi futuristi i cui eventuali errori potranno spesso suggerire nuove vivande. (fonte Elicriso)

 

Viva Bacco è sotto licenza Creative Commons-by, un copyright flessibile per opere crative